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ANTONIO LIGABUE



Accostarsi alla figura di un artista del calibro di Antonio Ligabue ci impone, prima di tutto, di dare uno sguardo alla sua vita privata che ha influenzato in modo forte tutta la sua opera, è uno sguardo necessario perché le opere che ha creato sono il frutto dei travagli interiori che l’hanno attraversata.

Antonio Ligabue nasce a Zurigo il 18 dicembre 1899 da Elisabetta Costa, originaria di Cencenighe Agordino, e da padre ignoto e fu registrato anagraficamente come Antonio Costa. Il 18 gennaio 1901 Bonfiglio Laccabue, emigrato in Svizzera dal comune di Gualtieri, sposa Elisabetta e il 10 marzo successivo riconosce il bambino che assume così il nome di Antonio Laccabue. Il pittore però, divenuto adulto, cambierà il cognome in Ligabue nel 1942.

Tra il gennaio e l’aprile del 1917, in seguito a una violenta crisi nervosa, fu ricoverato per la prima volta in un ospedale psichiatrico a Pfäfers. Nel 1919, su denuncia della Hanselmann, fu espulso dalla Svizzera. Da Chiasso è condotto a Gualtieri, paese d’origine di Bonfiglio Laccabue ma, non sapendo una parola d’italiano, fugge tentando di rientrare in Svizzera. Riportato al paese, vive grazie all’aiuto dell’Ospizio di mendicità Carri. Nel 1920 gli viene offerto un lavoro agli argini del Po: proprio in quel periodo inizia a dipingere. Nel 1927 incontra Renato Marino Mazzacurati che ne comprende l’arte genuina e gli insegna l’uso dei colori ad olio, guidandolo verso la piena valorizzazione del suo talento. In quegli anni si dedica completamente alla pittura, continuando a vagare senza meta lungo il fiume Po.

 

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Nel 1932, Ligabue riceve l’accoglienza di Licinio Ferretti, flautista di fama internazionale e collezionista di dipinti di arte contemporanea. Ormai indirizzato verso una matura e completa valorizzazione del proprio talento, Antonio decide di dedicarsi anima e corpo alla pittura, proseguendo i suoi viaggi senza meta lungo il Po. Si dedica a dipinti e disegni, che rappresentano mondi separati: pur essendo i soggetti i medesimi, i disegni non sono mai studi preparatori o abbozzi delle tele, ma esercizi autonomi contraddistinti da tratti nervosi – la puntasecca gli risulta congeniale – a volte ricalcati, caratterizzati spesso da segni non puliti ma decisamente espressivi e strutturali, con esiti non di rado plastici. D’altra parte, le sue opere figurative si presentano come squillanti, addirittura violente e nostalgiche, condite con dettagli precisi e spesso ambientate in scenari di vita campestre, con immaginazione e memoria che si mescolano a seconda del paesaggio rappresentato. E così Ligabue, che ormai riesce a mantenersi grazie alla pittura, nel frattempo si dedica anche alla scultura con la terracotta.

Con lo slancio genuino dell’infanzia e un singolare pathos espressionista, con quella sua capacità di intercettare le forze segrete della natura e di farne allucinata narrazione, Ligabue partorì paesaggi feroci ed incantati, flore e faune straziate da cromie accese, autoritratti e scene di fiaba. Centinaia di storie diurne, scavate nella notte di un’esistenza costellata di solitudini. Sempre sul limite tra la forma esatta, illustrativa, e una specie di orrore latente d’esasperazione. Tanto erano brillanti le sue tele, tanto era mesta la sua condizione di naufrago, rannicchiato ai margini dell’esistenza. Eccola, la follia di Antonio Ligabue, nella fragilità che lo esponeva all’emarginazione: non avere un posto nel mondo, non conoscere il senso dell’affetto, non possedere una direzione. Ed eccola, la sua pittura : storie di piante, animali, predatori, contadini; storie di un mondo semplice e rurale; storie intrise di una bellezza antica. Qualcosa a cui appartenere, da cui lasciarsi definire. Trovandosi, nello spazio della tela.

Nel 1937 fu ricoverato in manicomio a Reggio Emilia per atti di autolesionismo. Nel 1941 lo scultore Antera Mozzali lo fa dimettere dall’ospedale psichiatrico e lo ospita a casa sua a Guastalla. Durante la guerra fa da interprete alle truppe tedesche. Nel 1945, per aver percosso con una bottiglia un militare tedesco, fu internato in manicomio rimanendovi per tre anni. Nel 1948 si fa più intensa la sua attività pittorica e giornalisti, critici e mercanti d’arte iniziano a interessarsi a lui. Nel 1957 Severo Boschi, firma del ‘Resto del Carlino’ e il fotoreporter Aldo Ferrari gli fanno visita a Gualtieri: esce un servizio sul quotidiano con immagini tuttora celebri.

Nel 1961 fu allestita la sua prima mostra personale alla Galleria La Barcaccia di Roma. Subisce un incidente in motocicletta e l’anno successivo fu colpito da paresi. Guastalla gli dedica una grande mostra antologica. Chiede di essere battezzato e cresimato: scompare il 27 maggio 1965. Riposa nel cimitero di Gualtieri e sulla sua lapide viene posta la maschera funebre in bronzo realizzata da Mozzali. È denominato ‘Al Matt’ (il matto) o ‘Al tedesch’ (il tedesco).

Nel 1965, all’indomani della sua morte, gli fu dedicata una retrospettiva nell’ambito della IX Quadriennale di Roma. Nel 2002 Sergio Negri, maggiore esperto di Ligabue, pubblica il ‘Catalogo generale dei dipinti’. Al Palazzo Reale di Milano, tra il 20 giugno e il 4 novembre 2008, si tiene una mostra monografica sul pittore. Presso la Fondazione Magnani Rocca a Mamiano di Traversatolo, in provincia di Parma, si tiene dall’11 marzo al 26 giugno 2011 la mostra ‘Antonio Ligabue. La follia del genio’.

In teatro la figura di Ligabue viene raccontata in “Un bes”, spettacolo teatrale di e con Mario Perrotta. Una rappresentazione magistrale che indaga i sentimenti dell’artista e in particolare il suo rapporto con la madre.

 

 

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