Mattonella

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LA MUSICA – CAP. 2

Ricordi Anni 60

Testi a cura di:
Michele Leone

Nessuna forma d’espressione artistica mi ha procurato, e tutt’ora continua a procurarmi, fortissime sensazioni come la musica. Fin dove riesco ad andare coi ricordi la musica è sempre stata presente nella mia vita, anche se la tecnologia non aveva ancora raggiunto i livelli attuali che consentono di ascoltarla in qualsiasi momento ed utilizzando una gran varietà di mezzi.
Il primo approccio con la musica per me ha avuto luogo grazie alla radio perchè fortunatamente anche nei tempi andati la radio, da poco uscita dai primordi, mandava in onda diverse trasmissioni musicali, sia per quanto riguardava la musica leggera, sia per quella lirico-sinfonica.

L’ offerta, chiaramente, non era paragonabile a quella attuale che puo’ contare su una miriade di emittenti che in maggioranza ne fanno il loro punto di forza, ma ciononostante una buona parte della giornata era comunque vissuta col sottofondo musicale. Anche l’ ambiente famigliare non fu estraneo al nascere di questa mia passione : il fatto che nonna Albina avesse frequentato il conservatorio mi introdusse alla musica classica e, per quanto riguarda la lirica, mi fece avvicinare al mondo wagneriano; la mamma, invece, era orientata alla musica leggera ed alle operette e, per finire, papà era un cultore delle opere italiane, con preferenza per i lavori verdiani. In questo contesto devo, inoltre, riconoscere una certa influenza indiretta del defunto nonno Gianni.
Evidentemente anche a lui piaceva la musica, visto che in casa avevamo un giradischi portatile ed una discreta scorta di dischi in vinile a 78 giri, acquisiti in eredità dall’ avo. Questo giradischi, risalente a parecchi decenni prima, non era logicamente di ultimo modello ma in ogni caso era più moderno dei prototipi del tipo sotto riportato ed immortalato dalla casa discografica La voce del padrone nel suo logo che trovo simpatico ed originale.

Il nostro apparecchio, più recente, non comprendeva l’altoparlante a forma di campanula ma assomigliava ad una valigetta richiudibile col coperchio.

Per farlo funzionare bisognava innanzitutto caricarlo girando la manovella che compare sulla destra. Successivamente per riprodurre i suoni bisognava  innestare nella parte inferiore della testa rotonda posta all’estremità del braccio la puntina, una sorta di chiodo senza testina che si fissava stringendo un’apposita vite.
Intanto si appoggiava il vinile sulla base rotonda del giradischi inserendo il foro centrale del disco nel perno situato al centro della base.
Esaurite le fasi precedenti si avviava l’apparecchio mediante un interruttore, in modo che la base cominciasse a ruotare trascinando a sua volta il disco nel moto rotatorio.
Ormai il sistema era pronto e bastava appoggiare la puntina sulla fascia esterna del vinile sprovvista di solchi ed automaticamente la rotazione faceva arrivare la puntina al primo dei solchi incisi a spirale sul vinile. I suoni contenuti nei solchi venivano quindi emessi dallo strofinio della puntina sul solco e, grazie alla struttura spiroidale, si susseguivano in continuazione sino ad arrivare all’ultimo solco che corrispondeva alla parte finale del brano e del disco.
In un primo periodo non avevamo altri mezzi oltre a questo apparecchio per ascoltare i dischi del nonno che erano parte di un repertorio comprendente diversi valzer, qualche pezzo di musica classica e canzoni da cabaret che, come ho già riportato, contenevano dei doppi sensi che individuammo soltanto in seguito quando diventammo un po’ più grandicelli.

Oltre a questi dischi del nonno c’erano altri risalenti ad un periodo successivo e probabilmente provenienti dai nostri genitori. Tra questi ricordo in particolare un disco che a distanza di tempo non riesco ancora a capacitarmi come fosse arrivato a casa nostra. Ho già accennato al fatto che papà fosse stato tutt’altro che fascista ma tra i vari dischi ce n’ era uno, chiaramente riferibile al regime, che conteneva due canzoni che mi piacevano: La saga di Giarabub (lato A) e La canzone dei sommergibili (lato B), interpretate da Carlo Buti, tenore in voga all’epoca dalla chiara posizione politica. Essendo troppo piccolo non riuscivo a cogliere certi aspetti dei testi ma ciononostante mi sono rimaste impresse al punto che ancora adesso li ricordo per intero, in particolare mi colpivano le parole finali della strofa finale de La saga di Giarabub “…sono morto per la mia terra ma la fine dell’Inghilterra incomincia da Giarabub”, mentre dell’altro brano gradivo moltissimo l’inizio “sfiorano le onde nere nella fitta oscurità, dalle torrette fiere ogni sguardo attento sta …”.

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