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LA FACTORY DI ANDY WARHOL



Il padre della Pop Art è indubbiamente Andy Warhol con le sue serigrafie, simbolo del consumismo, del conformismo che contraddistingue gli anni ’60 ma anche il mondo in cui viviamo. Dal barattolo della Campbell’s Soup, parte del vissuto quotidiano di ogni americano, alla serie “Coca –cola” al volto di Marilyn Monroe, incarnazione del sogno e dell’ideale femminile del grande pubblico.

Tutto questo è l’arte di Andy Warhol il quale fece di un ex fabbrica di Manhattan un luogo d’arte. La Factory era infatti, dal 1962 al 1968, il punto di ritrovo per artisti più o meno conosciuti; per fare qualche esempio: Ivy Nicholson, Nico, i Velvet Underground, Mick Jagger, Jim Morrison, Jackie Curtis e molti altri anche occasionali tra cui Salvador Dalì e Allen Ginsberg.

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La “Factory” non era solo un luogo di ritrovo per gli artisti ma un rifugio per giovani in cerca di notorietà, quegli stessi giovani affetti da “bulimia esistenziale”: pittori, musicisti, cantanti, aspiranti registi che rispondevano al bisogno di vita e di successo con l’autodistruzione, abusando di droghe e alcol; per Warhol era il luogo adatto per mettere a frutto idee e intuizioni.

Il polistrumentista e compositore John Cale parlando della Factory durante un’intervista del 2002 ha asserito: “Non era chiamata Fabbrica senza motivo. Era qui che la linea di assemblaggio delle serigrafie aveva luogo; e mentre una persona produceva una serigrafia, qualcun altro poteva girare un provino. Ogni giorno si faceva qualcosa di nuovo”.

Tra le sperimentazioni della Factory non possiamo non citare la grande produzione video i cui protagonisti erano musicisti, drogati, drag queen, liberi pensatori che contribuirono a rendere il luogo leggendario.

Le prime produzioni come “Sleep” (film del 1963 in cui per 321 minuti viene inquadrato un uomo che dorme), “Empire” (del 1964, viene inquadrata l’Empire State Building di New York per otto ore e cinque minuti).

Successivamente Warhol ingaggiò alcuni dei giovani in cerca di fama a tutti i costi, per film più complessi, molto spesso a sfondo sessuale. Tra questi citiamo il lungometraggio più significativo: “The Chelsea Girls” (1966) diviso in dodici “segmenti”, con attori diversi, di 35 minuti ciascuno. Questa è una delle opere più innovative dell’artista poiché proiettata su due schermi contemporaneamente con uso prolungato del piano- sequenza (un’unica inquadratura per sviluppare più momenti). Il film è considerato come summa dell’attività artistica di Warhol: temi come la perversione, l’ossessione, la dipendenza da sostanze, la degenerazione, sono ampiamente trattati.

Oggi fisicamente la Factory non esiste più tuttavia, rimane uno dei simboli fondamentali dell’arte di Warhol.

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