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“SHINING”, UN FILM DI STANLEY KUBRICK



Vogliamo parlare del lungometraggio degli anni ’80 “Shining”, diretto da Stanley Kubrick. La classifica londinese “Time Out” lo ha inserito al secondo posto tra i migliori film horror della storia. La trama è molto semplice: il protagonista è Jack Torrance (interpretato dall’attore Jack Nicholson), scrittore fallito e insegnante disoccupato che per guadagno accetta il lavoro di guardiano di un enorme hotel in Colorado, isolato da qualsiasi centro urbano.

Non si tratta di un lavoro difficile tuttavia l’isolamento può creare problemi psicologici, come era già avvenuto tra quelle mura al guardiano Delbert Gary che aveva sterminato la famiglia. Jack non si fa scrupoli e si trasferisce nell’edificio in compagnia della moglie Wendi e del figlio Danny, quest’ultimo dotato di grande sensibilità che gli permette di vedere ciò che accadrà in futuro.

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I genitori, consapevoli di queste doti proibiscono al figlio di avvicinarsi alla camera 237 (la stanza dell’omicidio). Tutto sembra procedere in modo tranquillo tuttavia la solitudine, quel luogo immenso e stregato cominciano ad influenzare gli stati d’animo dei tre “inquilini”: Jack diventa sempre più irascibile e continua a sognare di uccidere moglie e figlio e Danny comincia ad avere visioni sugli avvenimenti che avevano interessato l’hotel dieci anni prima. Jack comincia a dubitare di tutto e tutti in quell’edificio, perfino della sua famiglia e questo lo porta alla follia. Wendi è terrorizzata dal marito e pensa al benessere del figlio: come il guardiano Delbert Gary anche Jack vuole sterminare la famiglia.

Dopo una nottata di paura ed inseguimenti Danny e la madre riescono a scappare e a mettersi in salvo. La scena finale vede Jack in preda al congelamento mentre urla e cerca di liberarsi.

Il film è stato tratto dal romanzo di Stephen King anche se vi sono alcune differenze. La trama scritta non riesce a rendere la tensione del film magistralmente costruito negli spazi, nell’uso delle luci e dei colori. Lunghi corridoi, stretti e bui che assomigliano ad un labirinto e offrono allo spettatore un senso di prigionia e soffocamento. A questo si contrappone l’ampio e vuoto salone, anch’esso volto a provocare spaesamento. Tutto è giocato sul doppio, come appare dalle due gemelle che appaiono insistentemente dinanzi agli occhi di Danny. Per ciò che riguarda queste due ragazzine, Kubrick si è ispirato alla fotografia di Diane Arbus del 1967.

Un film inquietante quello di Kubrick, che presenta alcuni significati secondari e che venne documentato dalla figlia Vivian Kubrik che nel 1980 pubblicò “Making the Shining”, in cui compaiono scene inedite, interviste con gli attori e tecnici.

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